Decentrare il peso non significa ignorarlo, ma significa spostare la lente: dalla performance del dimagrimento alla salute reale della persona (salute fisica, emotiva e relazionale). Questo passaggio richiede strumenti nuovi, una formazione specifica e, prima di tutto, un lavoro su sé stesse come professioniste.

 

Cosa significa decentrare il peso

Decentrare il peso non significa dire alle pazienti che il peso non conta, né ignorare la correlazione tra eccesso ponderale e rischio metabolico. Significa smettere di trattare il peso come obiettivo primario del percorso e cominciare a trattarlo per quello che è, ovvero l’esito di una serie di processi disfunzionali a monte: processi biologici, psicologici, relazionali e sociali, che richiedono attenzione diretta.

 

Cosa succede nell’approccio tradizionale al peso corporeo?

Una paziente arriva da noi con un cosiddetto “problema di peso”: problema perché esiste una correlazione clinica tra eccesso ponderale e stato di salute, oppure problema perché la paziente non si trova a proprio agio nel suo corpo. La risposta che ci si aspetta da una professionista-nutri è quella di assecondare la richiesta: confezionare una dieta efficace e personalizzata per permettere il calo ponderale. 

Giusto o sbagliato? Diciamo: incompleto.
In questa modalità di lavoro si trascurano due cose: prima di tutto, il fatto che la professione del dietista/nutrizionista non è clientelare, ma sanitaria; prima di assecondare la richiesta di dimagrimento, dovremmo chiederci se sia sensato per quella paziente, se porti ad un vantaggio salutistico, o se, al contrario, sia un fattore di rischio (per carenze nutrizionali, peggioramento della salute mentale, trigger di abbuffate). E in secondo luogo, non possiamo trascurare che la donna che abbiamo di fronte ha una sua storia. Una storia che l’ha portata lì, a quel peso e in quel corpo: è il risultato di come ha imparato a stare in relazione delle emozioni, di come il cibo è diventato un alleato o un nemico, di quante volte ha provato a «sistemarsi» e si è ritrovata al punto di partenza, di quanto le è gravato addosso lo stigma sociale. Entrare in quella storia è il lavoro della professionista.

Il focus si sposta quindi da “quanto pesa oggi e quanto deve pesare” a “come sta questa persona nel suo corpo, nel suo rapporto con il cibo, con le sue emozioni?”.

Gli obiettivi non sono focalizzati sulla performance del peso, ma si ampliano e diventano, ad esempio: regolazione dell’appetito, qualità del sonno, energia disponibile, miglioramento dei parametri ematici, possibilità di aprirsi al movimento con piacere e non come strumento di controllo ponderale.
L’obiettivo è un percorso a tuttotondo che possa portare alla cura di sé.

 

Il peso potrebbe muoversi comunque: come gestire l’incertezza

Una delle prime cose da chiarire, con sé stesse come professioniste prima che con la paziente, è che in un percorso di alimentazione gentile non possiamo prevedere a priori come si muoverà il peso e questo richiede una competenza specifica che va coltivata.

  • Il peso può scendere

Quando il peso in eccesso era sostenuto principalmente da abbuffate, emotional eating o restrizione cronica seguita da disinibizione, lavorare su queste dinamiche può portare a una progressiva normalizzazione del rapporto con il cibo; il peso spesso si ricalibra verso il basso: diremmo come effetto secondario, non come obiettivo perseguito. È importante che la paziente non lo viva come la conferma che “la dieta funzionava”: il meccanismo è completamente diverso.

  • Il peso può restare invariato

In molti casi il peso non si sposta in modo significativo. Questo non è un fallimento del percorso: significa semplicemente che il peso naturale della paziente, ossia il suo peso di equilibrio, è quello con il quale si è presentata da noi. Anche se il peso non è cambiato, possono esserci stati altri miglioramenti, ad esempio: un miglioramento del suo rapporto con il cibo, riduzione dell’infiammazione, sonno più ristoratore, recupero delle energie. La professionista deve saper comunicare questo risultato per quello che è: un successo reale, non un fallimento.

  • Il peso può salire

Questo è il caso che richiede maggiore preparazione, sia clinica che relazionale. Succede con le donne che arrivano in studio già in restrizione cronica, spesso quelle che dicono “voglio perdere solo 2-3 kg” ma che hanno un peso già basso, mantenuto a suon di regole rigide e comportamenti tendenti all’ortoressia. Quando si ammorbidisce il rapporto con il cibo, il peso sale verso quello naturale della persona, che è più alto del peso “controllato” che la paziente riteneva normale.

Questo passaggio può essere destabilizzante, e richiede alla professionista la capacità di accogliere il disagio della paziente senza minimizzarlo, di normalizzare ciò che sta accadendo, di accompagnarla attraverso la frustrazione con competenza e fermezza. Non basta sapere che «è giusto così»: serve saper stare in quella conversazione difficile.

 

Per la consulenza: Prima di iniziare un percorso con una nuova paziente, è utile chiarire esplicitamente: “In questo percorso non ci focalizzeremo sul peso come obiettivo primario. Il peso potrebbe muoversi in qualsiasi direzione, e quello che osserveremo insieme è qualcos’altro: come stai, come ti senti, com’è cambiato il tuo rapporto con il cibo e con il tuo corpo.” Questa trasparenza è già di per sé un atto terapeutico.

 

Il desiderio di dimagrire è lecito ma deve essere consapevole

Uno degli errori più comuni nell’applicare un approccio weight neutral è trasformarlo in un divieto implicito di voler dimagrire. Non è questo il punto, il desiderio di dimagrire è legittimo. Ma deve essere libero, autodeterminato e informato, non dettato dalla pressione sociale, dalla credenza che un corpo più sottile valga di più, o dalla confusione tra perdita di peso e miglioramento dell’immagine corporea.

C’è una distinzione fondamentale che la professionista deve saper trasmettere: quella tra immagine corporea e peso corporeo.
Una persona che pensa di pesare troppo e quindi essere insoddisfatta di sé ha quasi sempre un problema con la propria immagine corporea, non con il proprio peso. L’immagine corporea è definibile come un costrutto complesso che comprende il modo in cui la persona percepisce e valuta il proprio corpo, e con cui si relaziona ad esso. L’immagine corporea ha una radice psicoemotiva profonda: si edifica dal modo in cui gli altri (la famiglia, la società) hanno giudicato il nostro corpo, e si sviluppa nella dimensione soggettiva.
Dimagrire non risolve un problema di immagine corporea: lo sposta temporaneamente, lasciando intatta la struttura che lo genera.

Il percorso della professionista, in questo caso, è aiutare la paziente a distinguere tra i due livelli: capire cosa vuole davvero, e da dove viene quel desiderio. Non per scoraggiare la paziente o non rendere lecito il suo desiderio di dimagrire, ma per accompagnarla verso una scelta consapevole, che tenga conto dei pro e dei contro reali di un percorso orientato al dimagrimento.

 

Cosa significa accompagnare il paziente verso l’autodeterminazione

  • Riconoscere che il dimagrimento non va sconsigliato sempre e comunque
  • Esplorare insieme le aspettative: cosa si aspetta concretamente, in che tempi, a quale costo
  • Chiarire quali aspettative sono realistiche e quali no, con onestà e rispetto
  • Distinguere tra dieta di salute e dieta di dimagrimento: due percorsi diversi, con obiettivi diversi, che nella cultura popolare vengono erroneamente sovrapposti
  • Valutare il rischio individuale: storia di disturbi alimentari, comportamenti di restrizione, vulnerabilità psicologica
  • Scegliere, in base alla specifica persona, se e come integrare un obiettivo ponderale nel percorso

 

Emotional eating e abbuffate: lavoraci in consulenza nutrizionale

L’emotional eating, ovvero il mangiare in risposta a stati emotivi piuttosto che alla fame fisiologica, è uno dei fenomeni più frequenti nelle pazienti con un rapporto complesso con il cibo e con il peso. Non è una debolezza di carattere: è un meccanismo appreso, spesso funzionale in un primo momento, che nel tempo diventa disfunzionale, perché non risolve l’emozione che lo ha attivato e aggiunge il peso della colpa e della vergogna.

La ricerca scientifica mostra che l’emotional eating è associato a insoddisfazione corporea, bassa autostima e ridotta soddisfazione di vita. Non è la causa del peso in eccesso: è spesso uno degli effetti di una lunga storia di conflitto con il corpo e con il cibo. Lavorarci significa affrontare le emozioni sottostanti, non mettere ulteriori regole sul cibo.

In consulenza nutrizionale non si fa psicoterapia, ma si può lavorare su alcuni aspetti specifici:

  • Aiutare la paziente a riconoscere la differenza tra fame fisica e fame emotiva, attraverso strumenti di consapevolezza corporea
  • Identificare i trigger dell’emotional eating: quali emozioni, quali contesti, quali momenti della giornata
  • Esplorare quali bisogni il cibo stia cercando di soddisfare e iniziare a pensare insieme ad alternative
  • Ridurre la restrizione, che è il principale amplificatore dell’emotional eating: meno proibizione, meno iperfocus, meno perdita di controllo

Quando il quadro è più complesso (abbuffate frequenti, comportamenti compensatori, storia di trauma) il lavoro in équipe con una psicoterapeuta specializzata nei DAN è indispensabile, non opzionale. La nutrizionista che sa riconoscere i propri confini professionali e costruire reti di collaborazione è quella che protegge davvero le proprie pazienti.

 

Demedicalizzare il cibo: un atto politico e clinico

Uno dei lavori più profondi che la professionista può fare in consulenza è quello di restituire al cibo la sua neutralità. Nella nostra cultura, il cibo è intensamente moralizzato: mangiare “bene” è segno di virtù, disciplina, volontà; mangiare “male” è debolezza, mancanza di cura, fallimento. Questa sovrapposizione tra valore morale e scelta alimentare non è naturale: è costruita culturalmente, amplificata dall’industria delle diete e dei prodotti “salutari”, e profondamente radicata nel modo in cui molte pazienti si raccontano a sé stesse.

La professionista che utilizza inconsapevolmente questo vocabolario, anche solo con un “sei stata brava” o un “questo non lo dovresti mangiare”, rinforza la struttura che genera il problema. Quella che invece lavora attivamente per demoralizzare il cibo, aiuta la paziente a sviluppare una relazione con l’alimentazione che sia basata sulla cura, sulla curiosità e sul piacere; non sul controllo, la colpa e la ricompensa.

Questo non significa che tutti gli alimenti siano equivalenti dal punto di vista nutrizionale. Significa che nessun alimento merita di portare un giudizio morale, e che la qualità complessiva dell’alimentazione si costruisce nel lungo periodo, non nella singola scelta.

 

Il lavoro su sé stesse come professioniste

Tutto ciò che è stato descritto in questi due articoli richiede, prima di qualsiasi strumento tecnico, un lavoro profondo su sé stesse come professioniste. Non si può accompagnare una paziente a decentrare il peso se si è internalizzato il messaggio culturale che il corpo sottile vale di più.

La professionista che ha lavorato su sé stessa è quella che sa stare nella complessità senza ansia, che non proietta le proprie credenze sul corpo e sul cibo nella consulenza, che riesce a essere davvero presente per ciò che la paziente porta, senza l’urgenza di risolvere, correggere o dimagrire.

 

Le parole come inizio di un percorso diverso

Decentrare il peso non è rinunciare alla salute: è prendersi cura della salute in modo più completo, più onesto e più duraturo. Significa riconoscere che il corpo di una persona è il risultato di una storia e che quella storia merita rispetto, curiosità e competenza, non una dieta. Le professioniste che scelgono questo approccio non trovano una strada più facile: trovano un lavoro più vero.

 

Bibliografia:

Tylka TL, Annunziato RA, Burgard D, Daníelsdóttir S, Shuman E, Davis C, Calogero RM. The weight-inclusive versus weight-normative approach to health: evaluating the evidence for prioritizing well-being over weight loss. Journal of Obesity, 2014:983495. doi: 10.1155/2014/983495

Bacon L, Stern JS, Van Loan MD, Keim NL. Size acceptance and intuitive eating improve health for obese, female chronic dieters. Journal of the American Dietetic Association, 105(6):929–936. doi: 10.1016/j.jada.2005.03.011

Ulian MD et al. Effects of a new intervention based on the Health at Every Size approach for the management of obesity: The “Health and Wellness in Obesity” study. PLoS One, 2018

 

Per saperne di più sugli approcci non focalizzati sul peso corporeo iscriviti al nostro corso da 50 ECM sulle pratiche di alimentazione gentile